Girare per le sale circondati dall'arte, fa sentire avvolti in un'atmosfera, che astrae la mente dalla realtà, la quale è rimasta fuori dalla porta, cosicchè la mente trascende se stessa e si comprende.
La mente si fa un film proprio, muto, perché anche quando ci sono le parole, esse hanno un ruolo diverso dal solito, servono solo da introduzione al dialogo che l'opera sa da sola stabilire con la mente e il corpo di chi la guarda.
Mi avvicino a quella che sembra una soffice e calda coperta adagiata a terra, ma la sorpresa è un'emozione di disorientamento: tante piccole lamelle di acciaio a forma di ciglia, miste a piume, compongono una scultura rigidissima e pesante, ma che comunque mantiene l'idea della leggerezza, nella forma a nuvola, nella semantica delle ciglia e della coperta, nella fisicità delle piume.
Il mio pezzo preferito è The Dark Room di Sheela Gowda.
Avvicinandosi, ricorda i castelli dei giochi da bambini nei campi abbandonati. Mi fa simpatia da subito, ma è di più. Ci si può entrare dentro, ci si deve entrare dentro, altrimenti la scultura non si vede. Dolce la sensazione, come sotto un cielo stellato d'estate. Mancano solo i grilli, ma sono fortunata, li ho nella memoria. Così la mente dell'artista è vicina alla mia, a comporre a quattro mani un'esperienza umana. Wao!
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